Feeds:
Articoli
Commenti

Leggo della lite per l’eredità di Baget Bozzo… Non voglio assolutamente discutere di come il sacerdote abbia accumulato un patrimonio di quasi 10 milioni di euro (tra appartamenti e liquidità), visto che in gran parte sono anche beni da lui ereditati e vista anche la fama della persona, sicuramente oggetto di compensi sostanziosi per le sue attività di scrittore, giornalista e politologo…. Non mi addentro neanche nelle scelte di parte politica da lui portate avanti, e soprattutto in quella di entrare direttamente sulla scena incorrendo finanche nella sospensione a divinis… Ciò che non capisco è il rapporto di lui, e di tanti sacerdoti, con il denaro, l’incapacità di evitare liti tra gli eredi, e soprattutto non capisco la destinazione solo privata dei propri averi, come se un sacerdote non vivesse per il suo ministero e dal suo ministero… Ciò che contesto è che non si restituisca ciò che si è ricevuto… un sacerdote deve quello che è (anche la sua popolarità, anche i suoi soldi) al suo rapporto con la Chiesa, non può far finta alla sua morte che la Chiesa non c’entri nulla con lui…. Se Baget Bozzo era famoso ciò dipendeva anche dal suo essere prete, dalla novità che rappresentava il suo fare rispetto al cliché abituale che si attribuisce al  sacerdote; avrebbe potuto essere un qualunque opinionista, ma senza la sua tonaca (anche dismessa e contestata) non sarebbe stato Baget Bozzo, proprio lui, inconfondibile…. Il sacerdote, anche se dovesse guadagnare milioni di euro, è sempre legato alla Chiesa, non può chiudere la sua vita squallidamente, facendo litigare i suoi amici e parenti per i suoi beni, alimentando l’ingordigia più terribile, quella del denaro… Se ci sono dei beni paterni, di famiglia, che vengano donati prima, almeno nella nuda proprietà, che tutto sia chiaro… che un sacerdote possa morire dicendo: «Nudo sono uscito dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò…»… E se denaro riconosce di aver guadagnato a motivo del suo ruolo lo reinvesta per il bene della Chiesa stessa… Così ha fatto il Cardinale Martini, ancora in vita, del suo sostanzioso patrimonio, proveniente dai diritti d’autore che ha riscosso e riscuote per il fatto di essere uno degli scrittori contemporanei più letti…Si contesta che la Chiesa sia ricca: meglio la Chiesa ricca, che non i suoi ministri… Che si impari la prima povertà, che è quella almeno di non essere ricchi… Forse la prima trasparenza dovrebbe venire proprio dai sacerdoti, che dovrebbero dichiarare in vita la consistenza dei loro beni, il proprio conto corrente con l’esatta entrata proveniente dall’8xmille o con altre entrate frutto di onesto lavoro, perché essi stessi siano tutelati nella tentazione di approfittare di ciò che non è loro…

Se la gente è disposta più facilmente a comprendere un prete che sbaglia nella morale sessuale, raramente invece perdona l’ostentata ricchezza del prete, forse perché la gente conosce il Vangelo più di quanto non si pensi; se nel primo caso infatti Gesù dice che “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nel secondo non ha dubbi:«Non si possono servire due padroni: o Dio, o il denaro…”.

C’era una volta il pettegolezzo… c’era….; perché, forse, non c’è più. O almeno, come tante altre cose, il pettegolezzo, ahimè!, non è più quello di una volta.

Nato nel chiuso di una stanza, in un corridoio angusto, in un salotto o in un cortile, il pettegolezzo, almeno com’era fino a poco tempo fa, aveva bisogno di prendere aria. Se è vero, infatti, come molti accreditati dizionari sostengono, che la sua etimologia è legata in italiano alla sfera fenomenologica del peto, ciò dimostra che esso, infarcito di parole uscite dalla bocca sbagliata, per la sua maleodorante flatulenza aveva bisogno di espandersi, con il risultato di farsi subito sentire da quanta più gente possibile, ma dissolvendosi lentamente se non più alimentato. Non so se c’è un collegamento; ma fa un po’ sorridere che i Latini chiamassero i pettegolezzi “rumores” (e non…. “odores”), fermandosi evidentemente al loro momento genetico (filologia dell’assurdo?). Ma anche “essere in odore di qualche cosa” (di mafia, di eresia, etc.) sembra avere avuto sempre a che fare con ciò che gli altri dicono di qualcuno, con quella che è l’opinione dei più (anche ad insaputa dell’interessato), insomma il pettegolezzo come “flatus vocis dall’ alito veramente cattivo”. Eppure il pettegolezzo, proprio come l’atto da cui il suo significato sembrerebbe prorompere (sic!), assolveva ad una funzione liberatoria, toglieva, è proprio il caso di dire, un peso dallo stomaco. Forse per questo esso non disdegnava le pagine dell’alta letteratura, sia che fosse praticato nei salotti della signora Marulli (Luigi Capuana) o nei cortili di Aci Trezza (Giovanni Verga). Il pettegolezzo, infatti, in una forma divenuta canonica, rispettava dei precisi codici che erano quelli dell’oralità. Su un piccolo fondo di verità costruiva storie aperte, che l’andamento delle cose modificava. In questo senso i Malavoglia di Verga sono una straordinaria fenomenologia di questa capacità creativa del pettegolezzo; ogni nuovo avvenimento: il ritorno di Ntoni da soldato e il suo interesse per Barbara Zuppidda o i dialoghi di Mena con Alfio Mosca, interpretati dalla Vespa sua rivale in amore, forniscono in quel romanzo nuovi elementi di valutazione all’immaginario collettivo di Aci Trezza e il pettegolezzo, facendo scendere in campo tutte le rivalità e le alleanze del paese, ricostruisce un’ermeneutica dei fatti o delle parole che diventa, di volta in volta, il giudizio del gruppo sociale nei riguardi dei protagonisti; questo giudizio, paradossalmente, mentre mette totalmente a nudo i difetti di chi è indagato, restituisce tutta l’importanza che il gruppo sociale gli attribuisce e prepara una spiegazione plausibile ad ogni sua possibile futura defaillance o riscatto.

Insomma, pur nella sua ferocia, il pettegolezzo tradizionale conservava il carattere di una fiaba (c’era una volta) affidata ai bambini che ogni sera potevano far morire l’orco orribilmente o salvarlo in extremis in un sussulto di pietà. Il carattere impersonale dell’oralità proteggeva infine a sufficienza l’anonimato di chi si faceva artefice di un pettegolezzo, o comunque la sua reputazione, in un’epoca in cui non c’era il registratore; esso si presentava come una notizia spesso senza fonte, duttile, plasmabile, e si affidava alla memoria collettiva per la sua tradizione piena di varianti; la sua scarsa attendibilità o il mutamento di un suo contenuto veniva registrato dall’affievolirsi del “rumore”, dal disperdersi nell’aria del suo potenziale tossico. Il pettegolezzo era formulato in maniera tale da contenere contemporaneamente i motivi per distruggere una persona e quelli per canonizzarla e faceva meritare a tante vite per niente interessanti la trama complessa di un romanzo; la vittima insomma poteva trarre dal pettegolezzo che lo riguardava, nella versione personalizzata che gli veniva fornita, tutti gli elementi per cambiare la direzione ai suoi comportamenti e introdurre nella storia un colpo di scena per il suo “lieto fine”.

Tutto era così finché il pettegolezzo non ha deciso di trasferirsi nelle stanze e nei cortili virtuali della rete. Qui esso si è totalmente snaturato. Infatti, proprio per partire dalla rete, dice Wikipedia che “il pettegolezzo avviene quando due (o più) persone comunicano tra di loro dal vero, in un luogo reale, senza l’intermediazione di un mezzo di comunicazione di massa” (come la rete, appunto).

La rete, infatti, moltiplica il pettegolezzo all’infinito, facendone una ferita non rimarginabile. Il suo effetto globale è lì, sempre a portata di mouse, dietro la stringa impassibile di Google; al povero Ntoni dei giorni nostri non basterà più allontanarsi da Aci Trezza, la rete lo seguirà ovunque, con le esternazioni spudorate e volgari di nickname sconosciuti, che potranno linciarlo virtualmente, insultarlo, dargli ironici consigli. Ci sta dietro un errore di fondo; molti pensano che virtuale significhi irreale, e invece significa potenziale, esattamente nel senso del buon Aristotele: ciò che è potenziale, può sempre trasformarsi nel suo volto concreto, reale. Chi scrive in rete dà a volte l’impressione di non rendersi conto di stare producendo atti umani che andranno a segno una volta che qualcuno abbia l’occasione (o l’avventura) di rendere visibili sullo schermo le sue esternazioni, e che queste potranno anche essere stampate. Diceva Francesco di Sales che noi abbiamo tre vite: fisica, dell’anima e sociale; la malattia uccide il corpo, il peccato l’anima, la maldicenza la vita sociale. La maldicenza mediatica dà una prova inconfutabile del colpo mortale che ha assestato e diventa perciò inescusabile.

Le chat, i commenti ai blog o le conversazioni su facebook danno ad alcuni un profondo senso di intimità: sembra di assistere a quelle conversazioni sui treni in cui viaggiatori frustrati osano dire ai casuali compagni di viaggio ciò che hanno tenuto nascosto alle persone più care. Ne viene fuori un effetto straniante, soprattutto se queste conversazioni vengono seguite in rete o stampate e lette al di fuori del contesto in cui si sono svolte: il calore della conversazione tra amici (o tra nemici), trapiantato fuori dalla sua stanza virtuale, può ghiacciarsi nei cristalli acuminati della diffamazione (che è un reato). Spesso la convulsione dell’esternazione produce una prosa sincopata e scomposta, fatta di “vabbé, xché, vaff”, senza uno straccio di verbo al posto giusto, in cui gli interlocutori si offendono con petulanza (che venga pure da peto?) o si fanno grandi complimenti come se avessero vinto ogni volta il premio Nobel: “Pinco, sei grande!, Pallino, vaaaaiiii!” o come se fossero portatori delle verità oracolari della Pizia di Delfi sullo Stato, la Religione, la Salute e l’Economia Mondiale; e non si rendono conto di partecipare solo ad una puntata quotidiana del Grande Fratello della rete, tutti lì, perfettamente individuabili, con le loro foto migliori, in un profilo che racconta passo passo la loro piccola vita privata da uomo qualunque di Musil. L’artista Piero Manzoni aveva messo in scatola la sua merda e le aveva dato un  valore. Il web è diventata invece la scatola dei peti, concessi a tutti in regalo (ma non li avevamo chiesti) dalla gratuità del vituperio e, più della “merda d’artista”, destinati all’immortalità; la catenella della Rete, infatti, conserva tutto nelle sue fognature e la sua scatola dei peti produce una “scatologia” di “vai a cagare”, “è una merda”, “sono stronzi”, i cui odori rimarranno per sempre imprigionati e pronti a rinnovare il loro effetto gas. Così nel malcostume del nuovo pettegolezzo anche la nostra lingua si trasforma, sciacquando i suoi panni nell’acido muriatico. Agli inizi del ‘500 Bembo scrisse le sue “Prose della volgar lingua” per salvare la bellezza delle parole, visto che non si poteva salvare l’unità d’Italia. Oggi, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, di quelle prose rimane solo una volgarità inaudita, con cui gli Italiani si offendono tra loro (fuori e dentro il web); e tra essi alcuni, attenendosi al “volgare padano”, quell’unità di nuovo mettono in discussione. Davvero aveva ragione Octavio Paz quando diceva che la corruzione di un popolo corrisponde alla corruzione della sua sintassi.

Sostengo Bollani!

Ormai non guardo quasi più la televisione.

I telegiornali sono dei format ideologici così ben codificati che riconoscerei un TG1 anche senza immagini,  solo leggendo le scritte dei titoli principali.

I talk-show hanno ridotto il  vocabolario della lingua italiana a un centinaio di parole, che, più che da risciacquare in Arno, sarebbero da passare nella candeggina, se non fosse che spesso sono esse stesse acido muriatico.

Per fortuna c’è lo sport, anzi LO SPORT, il Calcio, diventato una dissertazione filosofica stramiliardaria talmente impegnata ed estenuante da  far rimpiangere quelle interviste in cui i giocatori dicevano parole sgrammaticate mentre masticavano la chewing gum e con innocenza si toccavano le palle; o le fiction, i romanzi d’appendice dei nostri giorni, se non fosse che quei romanzi li scrivevano anche nomi come Tolstoj o Dostoevski, mentre di esse probabilmente resterà in mente la sigla.

Eppure stasera ho capito che cosa potrebbe essere la televisione se fosse fatta così, come l’ho vista tra mezzanotte e l’una, in SOSTIENE BOLLANI.

Ecco: la televisione per essere seduttiva, come lo é stata per me stasera, dev’essere JAZZ; quando la vedi ti devi chiedere: ma stanno davvero improvvisando o era tutto preparato? Il programma Sostiene Bollani, con Stefano Bollani e Caterina Guzzanti, ti lascia questa piacevole domanda, che è quella dello stupore di vedere carne e sangue, vita di suoni e di parole vere, e il gusto incomparabile di ascoltare una cover di Donatella Rettore e di rendertene conto solo alla fine, per augurarti di non ascoltare mai più l’originale.

Era meglio lo scazonte!

Ho ascoltato l’intervista fatta ad Emilio Fede durante il programma radiofonico la Zanzara di Radio24.
Il vecchio giornalista vuole essere spiritoso e si lancia in una serie di battute nei riguardi di Nichi Vendola, il quale, al solito suo, filosofeggiando, aveva espresso un giudizio molto duro su di lui e altri noti vecchietti, chiamati un po’ dispregiativamente, ma con l’eleganza della R moscia, l’«antropologia di Berlusconi». Tralasciamo il desiderio pure legittimo da parte nostra di cercare in un uomo che ha compiuto 80 anni la moderazione saggia della sua età, accettiamo nostro malgrado che voglia ribattere, ironizzare, siamo disposti anche a questo. Ma da un giornalista veterano, un uomo che ha parlato e parla ogni giorno a milioni di persone con quello stile colloquiale che vuole entrare nelle case come amico di famiglia, ci aspetteremmo, anche nell’insulto, almeno un po’ di signorilità.
Fede, no, va a ruota libera, peggio che al bar, carica sul doppio senso e va a ripescare un bel po’ di luoghi comuni sugli omosessuali, adattati all’orecchino di Vendola. Spero che Vendola non risponda e accetti silenziosamente l’onta di essere stato così vilmente insultato dall’alto della sua filosofica, anzi antropologica invettiva.
Sarò forse troppo lezioso, ma c’era un tempo in cui l’insulto era un’arte, e in qualche modo, pur facendo male, nella sua bellezza, dava lustro anche agli insultati. Di alcuni non sapremmo neanche che sono esistiti se un grande poeta, o un drammaturgo, non avesse deciso di insultarli; e anche quando l’insulto scendeva ai livelli più bassi della scatologia, non disdegnava la perfezione del trimetro giambico, l’inoppugnabile metrica dello scazonte.

Le canzoni di Vasco Rossi sono belle. Alcune bellissime. L’ultima, Manifesto futurista della Nuova Umanità, sprizza l’energia musicale di un giovane agli inizi della carriera, ha un testo che bacia tutta la partitura, e un video ricco, appunto, di suggestioni futuriste, con quel treno in corsa e la musica a dargli un meraviglioso fischio (più futurista di così) in piena velocità. La canzone è così bella che al primo ascolto il suo impasto artistico te la fa inghiottire in un boccone; ma appena é scesa giù ti dà un vero pugno nello stomaco. Dopo qualche ascolto ho pensato a un testo un po’ troppo filosofico, dissacratorio, edonista; in effetti nel video il treno evoca il senso di un fallo lanciato verso “l’origine del mondo” di Courbet, quadro a dire il vero niente affatto futurista, ma realista; il treno dunque, anziché andare verso il futuro, realmente si dirige verso l’origine della vita, verso il rassicurante grembo femminile, cioè verso l’inizio di tutto per tutti noi, non verso la fine, come dovrebbe essere di un manifesto futurista. Questi riferimenti mi hanno fatto vedere nella canzone come dei sintomi nuovi nella creatività di Vasco, soprattutto per il testo e alcune espressioni, che, ai miei occhi (e orecchie) hanno acquistato un nuovo e più profondo significato per le dichiarazioni del cantante sulla sua decennale depressione tenuta a bada da un cocktail di farmaci preparato apposta per lui. Ho rivisto il video e riascoltato la canzone (musica e testo) con questa chiave di lettura; e allora, no!,  non mi è apparso più il suo senso filosofico epicureo ed edonista. Il manifesto futurista della nuova umanità di Vasco mi é apparsa come la più compiuta fenomenologia della sua disperazione, della sua stanchezza di vivere, di un peso insopportabile di sofferenza che fa correre la sua vita come un treno folle senza futuro, se non quello di approdare al passato, alla donna, alla madre, alla nascita e alla morte di cui il grembo femminile è simbolo: niente di volgare, niente di erotico, niente di trasgressivo. Sofferenza, pura sofferenza diventata arte; male di vivere finalmente esplicitato, e poi, forse per paura, o per esigenze di mercato, in parte ritrattato. Lo stesso sguardo di Vasco nel video ha qualcosa di implorante, niente a che vedere con la sicurezza espressiva dei video precedenti. Allora il mio cuore si é aperto ad altre considerazioni: Vasco esaltatore della droga e della sua liberalizzazione? No, autentico testimonial del fallimento esistenziale del suo dilagante uso, di cui non rimangono, per dirla con le sue stesse parole, che “bollicine”, solo “bollicine”. A che valgono chili di cocaina se come controparte bisogna inghiottire cocktail di farmaci antidepressivi? Questo è il messaggio bellissimo, sub contrario, che arriva dalla vita e dalla musica di Vasco, messaggio per cui vale l’espressione evangelica “chi vuole intendere, intenda”: l’uso di droghe nè riesce a dare senso alla vita, nè riesce a contenere il suo non senso; così il rischio è di rimanere intrappolati proprio dentro questo “tra” il senso e il non senso della vita, che è ovviamente il tipico stato di chi cade nella depressione e ha bisogno di psicofarmaci per sopravvivere, nell’immane fatica di avere ancora pazienza con se stesso. Lo spleen dei poeti decadenti è diventato in Vasco una folle corsa della vita che cerca la sua origine, ma che non può evitare infine la sua “piccola morte”. Considerazione finale. Bellissime le parole di Vasco, peccato che forse lui stesso non le voglia prendere troppo sul serio: la vita è un miracolo che si rinnova e a cui chiedere davvero perdono per poterlo gustare; ma Vasco è scettico, non crede a questo perdono, lui, nel testo della canzone, scende a patti con le sue emozioni anzichè accoglierle come un dono; non arriva a credere che si possano fare un miliardo di errori anche sotto lo sguardo delle potenze superiori perché esse sono misericordiose, non vuole pensarle come un Amore possibile; Vasco, imperfetto com’é (e come sono anch’io) cerca ancora la perfezione, qui ed ora, in un moderno volontarismo pelagiano che miete oggi le stesse vittime di sempre; lo sballo perciò diventa l’unica forma di misericordia che ci si concede, quale surrogato di una misericordia che ogni giorno, anche senza farmaci, si potrebbe lentamente imparare a nutrire per se stessi. Grazie, Vasco. Continua a scrivere canzoni così autentiche  e io ascolterò il tuo dolore; chissà se il mio ascolto, assieme a quello di tanti altri che si dichiarano tuoi fans, non serva, un poco, a lenirlo. A lenire il tuo, e a lenire, per il miracolo dell’arte, anche il nostro.

P.S. Proprio in queste ore il cantante ha pubblicato un suo video su facebook in cui commenta ALBACHIARA arrangiata per un balletto classico; all’inizio del video con una lampadina in mano Vasco Rossi dice di stare cercando la verità, e aggiunge “da qualche parte ha pure da ESSERCI”, affermazione che va in direzione diversa (opposta) rispetto alla dichiarazione struggente, ma apodittica, del passato: che la vita un senso non ce l’ha. Mi permetto dunque di dissentire anch’io da Gasparri che ha chiamato Vasco Rossi un “cattivo maestro”. Lo ha giudicato chiamandolo cattivo maestro senza interessarsi veramente a lui, senza accorgersi che Vasco ogni giorno si trasforma in un vero alunno, un bambino insicuro cercatore di verità. Il Vangelo dice: chi cerca trova.

Dopo tanto silenzio mi decido a pubblicare qualcosa: una poesia scritta in siciliano da me e Baldo Palermo (a insaputa di Baldo gli ho rubato alcune bellissime immagini della Sicilia e le ho disposte in settenari): è un quadro della Sicilia, a cui il gruppo Calandra & Calandra, inserendola nel CD intitolato “Sicilia incantata” , ha dato un sottofondo musicale del maestro Scalici, affidandone la recitazione a Massimo Spata. Chi volesse dunque “ascoltarla” può comprare il CD; qui mi fa piacere inserire il testo con una affrettata traduzione in italiano. E’ un piccolo atto d’amore a questa Terra meravigliosa e difficile in cui viviamo. La poesia è un dialogo del nonno rivolto al nipotino nei cui occhi egli scorge tutta la natura e la storia della Sicilia.

Lu nonnu a so’ niputi (ninna nanna) di Liborio Palmeri e Baldo Palermo

 

Figghiu di lu me figghiu,

N’ta li vrazza ti pigghiu,

N’ta ll’occhi ti talìu

E sta Terra ti ci vìu:

 

Di suli è m’pastata,

Di mari allitata,

D’ogni ciuri ciurusa,

Di ciauru sbampusa;

 

Cannizzi di furmentu,

Vinu di lu parmentu,

L’ogghiu n’ta li cafisi,

L’agghi ‘ntrizzati tisi.

 

Terra di li scarsizzi,

Terra di li ricchizzi,

Terra china d’amuri,

Terra di lu duluri.

 

Siti di canuscenza,

Acqua di la pacenza,

Lava sutta la sciara,

Focu di la lupara.

 

Figghiceddu amatu,

Arma di lu me ciatu,

La Sicilia ti cantu,

Terra di risu e chiantu.

 

Portu di li Fenici,

tiatru di li Greci,

forza di li Latini,

Firi di Bizantini.

 

Di l’Arabi l’ingegnu,

Di li Normanni u’ regnu,

Svevi Francisi e Spagna:

Canciaru li carcagna.

 

E dopu li Burbuna

Canciaru li patruna,

Canciaru li clienti

Pi nun canciari nenti.

 

Tempiu di li pagani,

Chiesa di li cristiani,

a teniri l’anuri

cià statu lu Signuri.

 

Ciatu di l’arma mia

Senti sta vuci, a tia,

dopu venniri santu

torna sempri lu cantu,

 

Passannu la Passioni

C’è la Risurrezioni,

E doppu l’annacata

Ti fazzu na cantata,

 

E sta cantata sia

Festa pi tia e pi’ mia,

Cu sta cantata avanti:

Festa pi tutti quanti!

 

(Figlio di mio figlio, ti prendo in braccio, ti guardo negli occhi e ci vedo questa terra. E’ impastata di sole, di mare allietata, fiorita d’ogni genere di fiori, capace di effondere ogni profumo; contenitori di frumento, vino tratto dalla macina, l’olio nelle sue misure, l’aglio steso in diritte trecce. Terra della povertà, terra della ricchezza, terra piena d’amore, terra del dolore; sete di conoscenza, acqua della pazienza, lava sotto la sciara fredda, il fuoco della lupara; bambino mio amato, anima del mio respiro, ti canto la Sicilia, terra di riso e pianto; porto dei Fenici, teatro dei Greci, forza dei Latini, fede dei Bizantini; degli Arabi ingegno, Regno dei Normanni; Svevi, Angioini, Spagnoli: cambiarono le oppressioni; e dopo i Borboni cambiarono di nuovo i padroni, sono cambiati gli approfittatori, dunque non è cambiato niente; tempio dei pagani, chiesa dei cristiani, a tenere alto l’onore c’è stato il Signore; respiro dell’anima mia, ehi tu piccolino, ascolta la mia voce, dopo il venerdì santo ritorna sempre il canto; dopo la passione c’è la risurrezione, e dopo averti cullato ora ti intono una canzone; e questa canzone sia per te e per me una festa, forza cantiamo, sia festa per tutti quanti.)

 

 

 

Due anni fa ero a Tamié quando appresi della morte di Aleksandr Solzhenitsyn. Ora che mi sto preparando a ripartire per quell’Abbazia trappista mi sono ricordato d’aver scritto allora alcune riflessioni a seguito di quell’avvenimento. Riflessioni che ho deciso di condividere con i lettori di questo Blog a due anni dalla scomparsa del dissidente sovietico che ha fatto conoscere al mondo uno degli acronimi più crudeli della storia dell’umanità: Gulag (Direzione centrale dei lager); in uno di questi Solzhenitsyn fu rinchiuso dal 1945 al 1953.

Non lessi più niente di Solzhenitsyn dopo quell’Arcipelago Gulag che sconvolse la mia adolescenza. Abituato a pensare ai lager nazisti come gli ultimi che l’umanità avesse potuto inventare, pagina dopo pagina, quel libro mi pose crudamente dinanzi al carattere recidivo del fanatismo e della grettezza politica e mi riempì di indignazione verso ogni tipo di oligarchia politica. Indignazione che ancora rimane. Così quando mi é capitato tra le mani il lungo discorso di Solzheznitsyn tenuto a fine settembre del ’97 all’Accademia delle Scienze di Russia e pubblicato sul Sole24Ore di domenica 19 ottobre 1997 l’ ho letto con la curiosità di chi si incontra con una vecchia conoscenza, oggetto di sincera stima, ma con cui non si  é riusciti a intavolare, per i casi della vita, una possibile amicizia. Continua a leggere »

Incontro molti turisti italiani e stranieri e mi chiedono notizie sulla mafia; io non la so spiegare bene a loro, tuttavia voglio provarci  partendo da me stesso. Lo faccio attraverso l’adattamento di una conferenza sulla mafia da me tenuta alla Facoltà di Psicologia di Palermo, conferenza nella quale un noto prete “antimafia” mi derise e mi tacciò di “astrattezza”. Forse leggendo il testo capirete perché.

MI PRESENTO: SONO DIVENTATO PRETE NONOSTANTE TROPPE COSE.

Provengo da una famiglia di braccianti agricoli, mio padre faceva “lu iurnateri”  (bracciante) presso un ricco proprietario terriero; io andavo a vendemmiare con lui, con mia madre e mia sorella; non senza un certo orgoglio proletario. Continua a leggere »

Torno da una giornata di impegni, trovo molti contatti sul mio blog e questi interessanti commenti. Mi ha colpito la frase di Winston Churchill perchè, per una strana coincidenza, proprio in questi giorni mi è arrivata casualmente in testa nella sua versione originale, che suona pressappoco: “A pessimist sees the difficulty in every opportunity; an optimist sees the opportunity in every difficulty”; e mi è piaciuta molto. Dunque, anche da un fatto così increscioso come l’incendio sul nostro Monte, cogliamo la possibilità di un’azione ancora più consapevole per la costruzione di una società migliore. La tensione sociale è alta, la povertà si diffonde, si avverte tristezza e stanchezza. E’ una scelta etica quella di stemperare le tensioni e lavorare per il bene. Grazie, dunque, a chi ha voluto commentare. Spero che vengano apprezzate anche le sensate proposte sparse nei commenti. Pax et bonum!

Stamattina ero a Martogna sotto Erice a cercare un po’ di fresco in mezzo alla natura, a lavorare con immenso piacere in quel silenzio, interrotto soltanto da qualche voce, spesso straniera, dei passeggeri della cabinovia. Ho parlato con uno dei custodi, mi diceva dell’importanza di salvaguardare quegli alberi, di come si è affezionato al suo lavoro, per quella pace, quella solitudine…. Stasera tornando da Alcamo ho visto tutta la montagna bruciare, un fronte amplissimo, anche Martogna è coinvolta nell’incendio, il santuario di Sant’Anna è stato evacuato e le suore sono scese giù a villa Betania… immagino lo squallore di domani, la desolazione dei prossimi mesi, sperando che non sia accaduto nulla alle persone… Un caso? un fiammifero? un mozzicone di sigaretta?… o un piano, una strategia, un’organizzazione?… Qualunque sia la risposta un fatto è certo: quando una montagna brucia così, vuol dire che i cervelli di alcuni uomini si sono spenti… e i cervelli spenti sono una miccia accesa, un vero pericolo per il mondo…

Elleppì

Articoli precedenti »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.