Le canzoni di Vasco Rossi sono belle. Alcune bellissime. L’ultima, Manifesto futurista della Nuova Umanità, sprizza l’energia musicale di un giovane agli inizi della carriera, ha un testo che bacia tutta la partitura, e un video ricco, appunto, di suggestioni futuriste, con quel treno in corsa e la musica a dargli un meraviglioso fischio (più futurista di così) in piena velocità. La canzone è così bella che al primo ascolto il suo impasto artistico te la fa inghiottire in un boccone; ma appena é scesa giù ti dà un vero pugno nello stomaco. Dopo qualche ascolto ho pensato a un testo un po’ troppo filosofico, dissacratorio, edonista; in effetti nel video il treno evoca il senso di un fallo lanciato verso “l’origine del mondo” di Courbet, quadro a dire il vero niente affatto futurista, ma realista; il treno dunque, anziché andare verso il futuro, realmente si dirige verso l’origine della vita, verso il rassicurante grembo femminile, cioè verso l’inizio di tutto per tutti noi, non verso la fine, come dovrebbe essere di un manifesto futurista. Questi riferimenti mi hanno fatto vedere nella canzone come dei sintomi nuovi nella creatività di Vasco, soprattutto per il testo e alcune espressioni, che, ai miei occhi (e orecchie) hanno acquistato un nuovo e più profondo significato per le dichiarazioni del cantante sulla sua decennale depressione tenuta a bada da un cocktail di farmaci preparato apposta per lui. Ho rivisto il video e riascoltato la canzone (musica e testo) con questa chiave di lettura; e allora, no!, non mi è apparso più il suo senso filosofico epicureo ed edonista. Il manifesto futurista della nuova umanità di Vasco mi é apparsa come la più compiuta fenomenologia della sua disperazione, della sua stanchezza di vivere, di un peso insopportabile di sofferenza che fa correre la sua vita come un treno folle senza futuro, se non quello di approdare al passato, alla donna, alla madre, alla nascita e alla morte di cui il grembo femminile è simbolo: niente di volgare, niente di erotico, niente di trasgressivo. Sofferenza, pura sofferenza diventata arte; male di vivere finalmente esplicitato, e poi, forse per paura, o per esigenze di mercato, in parte ritrattato. Lo stesso sguardo di Vasco nel video ha qualcosa di implorante, niente a che vedere con la sicurezza espressiva dei video precedenti. Allora il mio cuore si é aperto ad altre considerazioni: Vasco esaltatore della droga e della sua liberalizzazione? No, autentico testimonial del fallimento esistenziale del suo dilagante uso, di cui non rimangono, per dirla con le sue stesse parole, che “bollicine”, solo “bollicine”. A che valgono chili di cocaina se come controparte bisogna inghiottire cocktail di farmaci antidepressivi? Questo è il messaggio bellissimo, sub contrario, che arriva dalla vita e dalla musica di Vasco, messaggio per cui vale l’espressione evangelica “chi vuole intendere, intenda”: l’uso di droghe nè riesce a dare senso alla vita, nè riesce a contenere il suo non senso; così il rischio è di rimanere intrappolati proprio dentro questo “tra” il senso e il non senso della vita, che è ovviamente il tipico stato di chi cade nella depressione e ha bisogno di psicofarmaci per sopravvivere, nell’immane fatica di avere ancora pazienza con se stesso. Lo spleen dei poeti decadenti è diventato in Vasco una folle corsa della vita che cerca la sua origine, ma che non può evitare infine la sua “piccola morte”. Considerazione finale. Bellissime le parole di Vasco, peccato che forse lui stesso non le voglia prendere troppo sul serio: la vita è un miracolo che si rinnova e a cui chiedere davvero perdono per poterlo gustare; ma Vasco è scettico, non crede a questo perdono, lui, nel testo della canzone, scende a patti con le sue emozioni anzichè accoglierle come un dono; non arriva a credere che si possano fare un miliardo di errori anche sotto lo sguardo delle potenze superiori perché esse sono misericordiose, non vuole pensarle come un Amore possibile; Vasco, imperfetto com’é (e come sono anch’io) cerca ancora la perfezione, qui ed ora, in un moderno volontarismo pelagiano che miete oggi le stesse vittime di sempre; lo sballo perciò diventa l’unica forma di misericordia che ci si concede, quale surrogato di una misericordia che ogni giorno, anche senza farmaci, si potrebbe lentamente imparare a nutrire per se stessi. Grazie, Vasco. Continua a scrivere canzoni così autentiche e io ascolterò il tuo dolore; chissà se il mio ascolto, assieme a quello di tanti altri che si dichiarano tuoi fans, non serva, un poco, a lenirlo. A lenire il tuo, e a lenire, per il miracolo dell’arte, anche il nostro.
P.S. Proprio in queste ore il cantante ha pubblicato un suo video su facebook in cui commenta ALBACHIARA arrangiata per un balletto classico; all’inizio del video con una lampadina in mano Vasco Rossi dice di stare cercando la verità, e aggiunge “da qualche parte ha pure da ESSERCI”, affermazione che va in direzione diversa (opposta) rispetto alla dichiarazione struggente, ma apodittica, del passato: che la vita un senso non ce l’ha. Mi permetto dunque di dissentire anch’io da Gasparri che ha chiamato Vasco Rossi un “cattivo maestro”. Lo ha giudicato chiamandolo cattivo maestro senza interessarsi veramente a lui, senza accorgersi che Vasco ogni giorno si trasforma in un vero alunno, un bambino insicuro cercatore di verità. Il Vangelo dice: chi cerca trova.
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